DOTT.SSA CHIARA PICA

Dalla cura della patologia alla promozione del benessere contro ogni etichettamento diagnostico

Scrivo questo articolo sull’onda dell’uscita di un libro che attendevo da tanto: “Primo, non curare chi è normale, contro l’invenzione delle malattie”, di Allen Frances, nientemeno che il curatore stesso del DSM-IV. Egli stesso nel suo libro fa un grossissimo mea culpa nei confronti della psichiatria attuale, del suo inflazionismo diagnostico, della sua faciloneria nell’appiccicare addosso al paziente un’etichetta che lo condizionerà a vita.

 

Ma andiamo per ordine. Cominciamo col dire che, sull’onda della tendenza nosografica delle scienze classiche, si tentò di unificare anche la psichiatria a queste scienze e la psicologia come conseguenza ne ha seguito le orme. Ciò ha permesso alle scienze della mente di uscire dal loro pertugio e dalla loro nicchia che le raffigurava come  discipline che studiavano cose astratte che di scientifico avevano ben poco. La sicurezza dei criteri diagnostici infondeva dignità e fiducia alla nascente psicologia e permetteva di farla assurgere alle altre scienze senza doversi vergognare di dissertare su aspetti che erano meramente teorici e privi di cornice.

 

Ma vediamo bene come questo sistema sia ferocemente fallimentare: innanzitutto esso pretende di assimilare questioni complesse, come quelle della mente, a mere malattie psichiche, ben definite e delimitate. Si vuol, in pratica, pretendere di fornire dei limiti e dei confini a qualcosa che per sua natura sta di molto scomodo all’interno di rigide definizioni. E si pretende altresì di poter stabilire in modo netto il confine tra normalità e patologia, quando in realtà il criterio della normalità, della norma, è un qualcosa che di fatto sfugge a ogni definizione. Consiglio vivamente al tal proposito la lettura di “Il normale e il patologico” di George Canguillhem, per far comprendere ai lettori a cosa mi riferisco. Ci basti qui dire che per Canguillhem non può esistere ente esterno che possa definire cosa è normale e cosa non lo è, in quanto il normale è un concetto relativo il cui limite è stabilito dalla vita stessa del nostro cliente. “E’ la vita stessa, e non il giudizio medico, che fa del normale biologico un concetto di valore e non un concetto di realtà statistica”.  Allo stesso modo, e come riflesso del normale, è assurdo parlare di patologico in senso netto: ovvero asserire che un qualcosa è patologico solo perché da un esame di laboratorio risulta leggermente al di sopra o al di sotto di un valore di riferimento. Con questa asserzione avremo una logica binaria: un soggetto o è sano o è malato, senza vie di mezzo.

 

Ma pensiamoci bene: questa impostazione crea già danni notevoli nella medicina, in quanto basta un valore poco sopra la norma per far considerare qualcuno malato: come afferma Allen Frances spesso non c’è un confine netto tra normalità e malattia. A che livello di pressione si diagnostica e si cura l’"ipertensione"? Che grado di perdita di densità ossea è "osteoporosi"? Quanto glucosio nel sangue indica "diabete"? Test di screening sempre più precoci e una soglia ridotta per definire che cosa è malattia hanno causato seri problemi di eccesso di diagnosi e di trattamenti in tutte le specialità mediche. Figuriamoci cosa comporta per le questioni psichiche. Lo possiamo ben apprezzare ad esempio per i cosiddetti “attacchi di panico”: se la persona non presenta tutti i criteri stabiliti per poter parlare di attacchi di panico si dirà allora che egli non soffre di attacchi di panico? Beh si, si userà la scappatoia del “non altrimenti specificato”, dell’” indifferenziato” e chi più ne ha più ne metta. E il povero paziente brancolante nel buio si chiederà allora di cosa soffre esattamente, si sentirà non compreso e lasciato a sé stesso. Bastava quel piccolo criterio in più e sarebbe stato un sofferente di attacchi di panico: ben, per lo meno così si sapeva cosa farne di quella persona!

 

Ora riflettiamo: a quella persona cosa ne viene a sapere che soffre di attacchi di panico? Il fatto che venga affibbiato un nome alla sua condizione ci può autorizzare ad avere le coscienze pulite? A noi psicologi per aver fatto la giusta diagnosi e ai pazienti di aver trovato finalmente il nome alla loro condizione? Cosa mai ne deriva dall’aver trovato questo nome? Ne deriva ben poco, a conti fatti. L’unica rassicurazione forte è dello psicologo che così ha idea della “bestia” con cui ha a che fare e degli strumenti di intervento che di conseguenze sono belli e impacchettati per essere usati, e per il paziente il fatto di essere certo che qualcuno abbia capito qualcosa di lui. Ma esiste forse un attacco di panico che sia uguale a un altro? A sintomi simili non corrispondono certo vissuti, emozioni ed esperienze simili, quindi appiccicare tecniche ad hoc per quel disturbo come se fosse una toppa sul calzone rotto serve a ben poco. 

 

Ma questo in realtà è solo un grande autoinganno. Affibbiare un’etichetta a una persona che viene da noi per capire qualcosa di quel che gli sta accadendo non serve assolutamente a nulla: se non a far si che quella persona si identificherà per il resto dei suoi giorni con quell’etichetta e nella sua auto descrizione implicita o esplicitata, gli sarà ben chiaro il fatto che egli è un sofferente di attacchi di panico. Ma cosa ci dice tutto questo a proposito dei drammi, dei vissuti, delle emozioni che quella persona porta alla nostra attenzione? Cosa ci dice a proposito del suo profondo bisogno di essere compreso, ascoltato, sostenuto? La persona che viene da noi vuole essere accolta e sostenuta non come una persona malata, patologica, ma come una persona che ha bisogno di far luce sui suoi drammi interiori, di essere amorevolmente accompagnata in questo percorso senza tecnicismi, senza freddi e impersonali test diagnostici, senza setting predefiniti. Egli non ha una malattia da curare ma un disagio che vuole essere chiarito e ascoltato: un disagio che vuole essere compreso non una malattia che dev’essere spiegata e definita.

 

Le tecniche, i modelli, le strategie possono essere appannaggio esclusivo di un settore disciplinare o di una professione ma non accreditano il singolo professionista nel possesso di quelle qualità umane che servono a rendere efficaci le tecniche stesse. Queste qualità umane sono sistematicamente eliminate nei processi operativi, amministrativi, deontologici e professionali come se fossero elementi marginali. Queste qualità devono invece essere il valore fondante dell’operato di uno psicologo, che deve smettere di fare diagnosi fredde e impersonali ed essere invece vicino al suo cliente, come persona alla pari, non come esperto che siede all’altro lato della scrivania. Sapere che una persona soffre di DAP, ovvero disturbo da attacchi di panico non aiuta minimamente a curarlo: e sapere che per il DAP il DSM elenca una serie di tecniche idonee a farlo superare serve a ben poco se non si esalta l’umanità della relazione, se non si entra empaticamente nel vissuto del cliente per capirne il messaggio che porta.

Stando allo stesso Allen Frances “La pubblicazione del DSM IV ha coinciso con l’epidemia di diagnosi di disturbo da deficit dell’attenzione, autismo, e disturbo bipolare. Le nuove diagnosi introdotte dal DSM 5 (e il fatto che abbia abbassato la soglia per le categorie di disturbi già esistenti) minaccia di trasformare la già problematica inflazione di diagnosi e in un’iperinflazione del tutto fuori controllo. Nel DSM 5, il normale lutto diventa "disturbo depressivo maggiore"; avere paura di avere il cancro diventa "disturbo da sintomi somatici"; le dimenticanze degli anziani "disturbo neurocognitivo minore"; le bizze dei bambini "disturbo da contenimento della rabbia"; abbuffarsi una volta la settimana "disturbo da alimentazione incontrollata"; e presto avremo tutti il "disturbo da deficit dell’attenzione". Questo fa capire chiaramente che dovremmo essere ben cauti a dire “sono aumentati i disturbi depressivi” o “sono aumentati i casi di attacchi di panico”, perché oltre al fenomeno dell’etichettamento selvaggio siamo nei fatti di fronte a un eccesso di diagnosticismo. Laddove, sta di fatto, che spesso si etichetta come depressione un problema esistenziale. Nome che preferisco di gran lunga a qualunque definizione, perché queste persone non hanno una patologia, bensì un problema esistenziale!

 

Io vedo psicologi, soprattutto neolaureati, andare in tilt se gli si leva da davanti il loro amato DSM e i loro test diagnostici: come se senza di essi brancolassero nel buio più dei loro pazienti. E invece dovrebbero imparare ad abbandonare le diagnosi e esercitare l’arte dell’umanità, dell’empatia, del valore della persona.

 

E a quanto pare adesso non sono una voce fuori dal coro a cantare questa canzone: tutto l’impianto accusatorio del libro citato a inizio articolo trae infatti credibilità proprio dal fatto che a raccontarlo è un uomo che per tanti anni è stato al vertice della psichiatria che conta, dell’American Psychiatric Association, che conosce cosa accade realmente e cosa c’è dietro alla dilagante tendenza al diagnosticismo selvaggio. Il suo più forte invito è proprio quello di abbandonare il concetto di normalità. Né i dizionari, né la filosofia, né la statistica, né la medicina, né la psicologia sono in grado di delimitare il campo del significato del termine, che sempre di più è stato costretto entro confini rigidi e innaturali. Il concetto di normalità risente della cultura, delle mode, del periodo storico, degli interessi: soprattutto farmaceutici. Sullo sfondo troneggiano gli interessi delle aziende farmaceutiche che avrebbero tutto l’interesse per incrementare esponenzialmente il mercato per i loro farmaci, con l’appoggio di professionisti compiacenti, ma ancor di più d’ingenui operatori che con entusiasmo sostengono inutili e poco scientifiche rivoluzioni diagnostiche. Oramai possiamo notare infatti il dilagare di nuove diagnosi che prima non erano neanche nei nostri più oscuri pensieri, come la sindrome premestruale, con cui si è fatto ingrassare il commercio della pillola anticoncezionale, oppure, peggio ancora, vediamo che anche i bambini stanno diventando l’obiettivo della patologizzazione della società: bambini, per i quali stanno dilagando diagnosi di disturbo da disattenzione e iperattività tali per cui spesso si arriva a ricorrere ai farmaci quando in realtà sarebbe necessario individuare quelle dinamiche relazionali in famiglia che quasi sempre sono responsabili di questo tipo di problematiche. Da una notizia ANSA del 17 Settembre 2010  leggiamo: “Alcuni senatori del Pdl, primo firmatario Antonio Gentile, hanno preannunciato un´interrogazione al Ministro della Salute Ferruccio Fazio per chiedere che l´Italia si adoperi affinché la prossima pubblicazione del DSM V, il manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali dell´American Psychiatric Association, prevista per maggio 2013, non contenga elementi di patologia che, a prima vista, sembrano assurdi. Verrà considerata patologia psichiatrica – è scritto in una nota – la sindrome premestruale che è una condizione fisiologica e comune forse al 100% delle donne. Verranno ignorati gli studi internazionali e nazionali che dimostrano come molti soggetti presentino allucinazioni senza sviluppare psicosi. Noi non vogliamo alimentare sospetti e né fare riferimento al fatto che molti dei componenti di questa task force sono anche consulenti delle più importanti case farmaceutiche americane. Abbiamo rispetto per le persone e per la scienza ma ci sono cose che non quadrano“.  I senatori chiederanno a Fazio di approfondire la vicenda “dell´Adhd, che secondo prestigiosi istituti universitari potrebbe anche non esistere, ma che frutta 5 miliardi di dollari alla casa farmaceutica che distribuisce il farmaco utilizzato per la sindrome infantile. Chiediamo trasparenza e chiarezza e chiediamo che i governi europei e l´Oms (che ha un suo sistema di classificazione autonomo) possano interloquire con gli studiosi americani senza che vi siano atteggiamenti di presunzione e di arroganza”. 

Lo stesso Allen Frances dichiara in un’intervista che “…il grosso dell’espansione è il risultato della campagna di marketing imponente e fuorviante dell’industria farmaceutica, che negli Stati Uniti è diretta non solo ai medici ma anche al pubblico (attraverso l’uso di pubblicità in televisione, sulla stampa e su internet). Le industrie farmaceutiche "vendono" malattie per vendere pillole”.

Stando alle stesse statistiche noi psicologi stiamo totalmente sbagliando bersaglio degli interventi, perché ci si continua a rivolgere alla patologia!!! Continuo a vedere con rammarico nei profili di molti psicologi cose tipo “trattamento degli attacchi di panico, dei disturbi d’ansia” ecc, e in pochissimi vedo cose tipo “promozione dell’empowerment, della stima di sé, della consapevolezza personale, sviluppo dei propri sé autentici, sviluppo dei propri talenti, sviluppo di abilità comunicative di coppia” ecc… Secondo le statistiche degli Ordini regionali il settore clinico risulta saturo poiché è in diminuzione la domanda di cura del malessere, ma è in aumento quella di promozione del benessere. Ampi segmenti della popolazione investono infatti in benessere, anche in tempi di crisi, non in cura della patologia. Le persone non hanno più bisogno di sentirsi attribuire un’etichetta per star bene, hanno bisogno di essere riconosciuti come persone che fanno domande di benessere. Quindi è letteralmente necessario passare dalla cura del disturbo alla comprensione del disagio. Il disturbo non esiste, esiste solo un modo diverso di essere nel mondo che l’attuale sistema psichiatrico definisce come malattia: gli attacchi di panico non sono una malattia, è un modo attraverso cui il disagio interiore di esprime nello psicosoma e vuole essere compreso. Ecco perché mandare via il sintomo senza comprenderne la voce (come attraverso l’uso degli psicofarmaci) è assolutamente inutile.

E allora, noi psicologi vogliamo prestarci al fenomeno di patologizzazione della società, o vogliamo piuttosto essere quei promotori della salute e del benessere seguendo quella che è la nostra reale vocazione?

DOTT.SSA CHIARA PICA