DOTT.SSA CHIARA PICA

La Presenza Mentale Consapevole: noi non siamo i nostri pensieri

Eckart Tolle scrive: “E' la nostra mente a causare i nostri problemi, non le altre persone, non "il mondo esterno". E' la nostra mente, con il suo flusso di pensieri pressoché costante, che pensa al passato e si preoccupa del futuro. Noi commettiamo il grave errore di identificarci con la nostra mente, pensando che questa sia la nostra identità, mentre in realtà noi siamo esseri ben più grandi.”

Molti dei nostri problemi derivano dal fatto che noi ci identifichiamo coi nostri pensieri. Praticamente siamo noi che permettiamo ai pensieri di tiranneggiare nella nostra mente e di fare da padroni. Siamo noi che gli lasciamo spazio. Tutto ciò che attraversa la nostra mente sarebbe destinato a passare, a scorrere come un fiume, a meno che noi fermiamo i nostri pensieri: se essi fossero liberi, passerebbero come i fotogrammi di un film, siamo noi che mettiamo “pause” e fermiamo questo film, cominciando a riempire questi fotogrammi di strutture che non gli appartengono. E da dove vengono esattamente queste sovrastrutture? In genere dai nostri copioni, che tendiamo a mettere in scena in modo totalmente automatico:

copioni basati sul controllo, che ci fanno sentire il bisogno di controllare ciò che la nostra mente produce nell’illusione che possiamo decidere il 100% della nostra esistenza;

copioni basati sulla paura, che ci fanno credere che “lasciar fluire” sia pericoloso e foriero di sventure;

in  sostanza diventiamo schiavi dei nostri pensieri, lasciamo che loro decidano della nostra vita, piuttosto che la nostra più intima natura, il nostro Sé profondo, l’anima.  Quello che è fondamentale è staccarsi dai pensieri, cominciando a comprendere che noi non siamo i nostri pensieri. E cosa siamo noi allora? Siamo una presenza consapevole, una presenza che, grazie al contatto con la sua essenza, sa comprendere da dove giungono i suoi pensieri, di chi sono esattamente le voci che hanno preso residenza nella sua mente, i giudizi, i preconcetti. Se esercitiamo dunque quella che in Mindfullness si definisce Presenza Mentale Consapevole, potremo comprendere che la maggior parte dei pensieri che abbiamo e che quotidianamente intasano le nostre menti non sono nostri, bensì sono virus che ci sono stati instillati da altri in fasi diverse della nostra vita: genitori, nonni, zii, insegnanti, amici, condizionamenti sociali o chiunque di significativo ci abbia influenzato.

È in due modi che noi principalmente permettiamo ai pensieri di restare dentro di noi invece di fluire:

fissandoci su di essi e così facendo reiterandoli, credendo di poter trovare una soluzione

cercando di scacciarli a ogni costo

in entrambi i casi essi diventeranno molto forti e pervasivi. Tutto ciò su cui ci fissiamo diventa la figura primaria del nostro campo mentale, facendo passare sullo sfondo tutto ciò che non si mostra conforme a questi pensieri; ciò che invece cerchiamo di scacciare si rafforza grandemente oltre che farci sprecare energie interiori che potrebbero essere altrimenti impiegate. I pensieri non vanno dunque scacciati bensì osservati, ma soprattutto accettati!  Se io non accetto i miei pensieri tenderò a scacciarli, mentre vanno osservati senza fermarli, giudicarli o commentarli, bisogna solo farli scorrere come se stessimo guardando un film. Autosservazione è sinonimo di consapevolezza, è lo strumento grazie al quale capisci che tu non sei le tue reazioni agli eventi,non sei le tue emozioni, e tanto meno sei il continuo flusso di pensieri che scorre ineluttabile nella tua mente.

La  Presenza Mentale Consapevole implica che dobbiamo guardare ai nostri pensieri disidentificandoci da essi, come se non ci appartenessero, ovvero smettendo di parlare in prima persona. Ad esempio, se l’ansia vi attraversa non cominciate subito a personalizzare il pensiero dicendovi “ecco, sono ansioso” ma cercate di andare più a fondo, ovvero osservando quel che accade senza giudizi. Cercate piuttosto di dirvi “mi sta attraversando una sensazione di”, “sto sentendo un’emozione di…”, “sto avvertendo una sensazione di …”. Voi non siete la vostra ansia, i vostri sintomi, i vostri pensieri.

Nulla dura sempre, né le emozioni positive né quelle negative. Anche nel caso delle emozioni positive è improprio dire “sono felice”. Voi non siete la vostra felicità, bensì dovete dirvi le stesse considerazioni di cui sopra: “mi sta attraversando una sensazione di”, “sto sentendo un’emozione di…”, “sto avvertendo una sensazione di …”. Insomma non bisogna giudicare nulla, né cercare soluzioni: così ci arrotiamo su noi stessi come il criceto che corre sulla ruota e non va da nessuna parte. La mente trasforma erroneamente una sensazione in un giudizio: ad esempio la sensazione dice “sono stanco, mi sento vecchio” e la mente la traduce in “oramai è finita, non ne vale più la pena, ho sbagliato tutto”. Non è così: il messaggio profondo è che è finito solo un ciclo di situazioni, di incontri. Serve rinnovamento. Dobbiamo essere osservatori acritici, come quando siamo alla stazione e vediamo treni passare: passeranno treni più lunghi, altri più corti, altri più lenti altri più veloci, alcuni belli altri tutti imbrattati. Dobbiamo solo constatare questo. Quello che proprio non devi fare è giudicarci. Bisogna solo guardarsi, osservarsi e interrompe ogni giudizio. Ci si deve guardare dentro ADESSO, non come ero prima, non come potrò essere domani. Questo non ci deve minimamente interessare. Facendo questo esercizio ci renderemo conto di quanto siamo noi stessi che assolutizziamo le affermazioni su noi stessi: se io parlo del passato e del futuro mi dirò "ho sempre l'ansia, l’ho sempre avuta perciò l’avrò anche domani". Se io mi abituo a guardarmi dentro chiedendomi cosa c'è ADESSO mi accorgerò di quanto le nostre emozioni sono fluttuanti, ora ci sono, dopo due ore ci sono altre sensazioni. La nostra anima non vive nel tempo, non ragiona nel tempo, siamo noi che assolutizziamo le nostre sensazioni, facendole perdurare per giorni, mesi se non addirittura anni, arrovellandoci sulle possibili soluzioni.

Solo interrompendo la ricerca di soluzioni, solo interrompendo i giudizi potremo avere una visione più chiara: e così, come in un’illuminazione, potremo capire perché queste emozioni, sensazioni e vissuti ci vengono a trovare, evitando che si trasformino in pensieri che si arrotano su sé stessi  come un filo attorno a una matassa di cui si finisce per non trovare più il bandolo. 



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