DOTT.SSA CHIARA PICA

La debolezza dell Io e la frammentazione del Se come base fondante nelle dipendenze affettive

Mi accingo a scrivere questo articolo come parallelo di un altro che gli seguirà: in questo analizzerò gli effetti di cure materne carenti e anaffettive, nell’altro invece metterò in luce la enorme pericolosità delle madri chioccia, le madri oppressive e soffocanti, ovvero definite dalla psicanalisi “madri divoranti” o “madri drago”. Vastissima è oramai la letteratura su quanto importante sia la relazione madre-bambino nel primi anni di vita. Essa è infatti la “madre” di tutte le relazioni. Qualora questa primaria e primordiale relazione sia carente e non capace di fornire amore, allora al bambino non sarà permesso di strutturare un Sé individuato (in termini junghiani) e un Io strutturato (in termini freudiani). Vedremo poi come questa carenza primaria conduce a sviluppare dipendenze affettive, senso di vuoto interiore e paura della solitudine.

Innanzitutto cos’è l’Io per Freud? L’Io è quell’istanza della personalità che presiede al principio di realtà. Mediando tra le forze istintuali e inconsce, arcaiche e primordiali dell’Es e quelle morali e controllanti del Super-io, esso permette un buon adattamento all’ambiente. Il suo compito è quello di mediare le istanze vitali dell’Es, tese al soddisfacimento irrazionale e assoluto, e le istanze del SuperIo, indirizzate verso la censura e la castrazione delle prime. All’Io appartengono la percezione e la coscienza, la capacità di essere saldi in sé stessi, di adattarsi alle richieste del mondo circostante, di far fronte agli accadimenti interni ed esterni. L’Io emerge quando il bambino sviluppa la capacità di separare concettualmente sé stesso dagli altri, pensare, scegliere e interagire con l’ambiente. L’Io è quindi un fondamentale nucleo di adattamento per vivere nell’ambiente in modo autonomo: un Io forte e saldo saprà mediare efficacemente tra le esigenze ambientali e le richieste inconsce dell’Es e inconsce o preconsce del Super-io. Ma non solo: un Io saldo non basta: è necessario che il soggetto abbia sviluppato un Sé “individuato”, laddove quindi le esperienze, le inevitabili frustrazioni della vita, gli avvenimenti del passato, siano stati integrati in un Sé definito. Questo perché altrimenti le pulsioni arcaiche negative prenderanno necessariamente il sopravvento, in quanto l’Io, non riuscendo a contenere il mare in tempesta dell’Es, dovrebbe necessariamente mettere in atto meccanismi di difesa tanto più arcaici quanto più è forte il dolore interno e la conseguente frammentazione del sé.

Ma cosa sono il Sé e l’individuazione? Per poter arrivare ad avere un livello di consapevolezza di sé tale da riconoscere il ruolo che i disagi emotivi hanno nel generare la nostra sofferenza interiore dovremmo giungere in modo compiuto a quel processo che Jung definisce individuazione: essa può definirsi come costruzione di una personalità coerente, consapevole delle proprie risorse e delle proprie aspirazioni, in grado di integrare la propria parte cosciente con quella inconscia, e in grado inoltre di integrare sè stessa nella rete di relazioni interpersonali e nella società. È in pratica lo stesso processo che porta allo sviluppo armonico del : esso appare come un sistema di concezioni di sé, di modi di reagire, di credenze e copioni che sono innescate dalle prime esperienze emozionali, rafforzate dagli eventi di vita vissuti e che a loro volta influenzano gli eventi stessi per il modo in cui essi vengono letti e per le reazioni emotive che suscitano. È un processo di autoconoscenza e autorealizzazione, frutto del rapporto con l’altro e modello attraverso cui tale rapporto si instaura. Un senso di sé frammentato e scisso non può permettere di cogliere il senso profondo delle esperienze vissute, non permette di avere consapevolezza delle proprie emozioni e quindi la sofferenza non riconosciuta, non integrata nella propria vita psichica, irrompe in forme di vario genere, che vanno dalla sofferenza interiore a quella sociale, relazionale, psicosomatica.

Ma com’è che si instaura quella frammentazione del Sé e quella debolezza dell’Io che condurranno poi alla dipendenza affettiva e al vuoto interiore? Già nella vita intrauterina vediamo abbozzato il primario temperamento del bambino: a questo la madre dovrebbe rispondere in modo da entrare in risonanza con esso attraverso la modulazione emozionale appropriata a quel particolare temperamento. Trattandosi di una relazione è evidente che essa prenderà una direzione strutturante in un senso piuttosto che in un altro in base alla personalità della madre. Infatti nel vissuto della madre prenderanno corpo determinate emozioni a seconda dei copioni del suo sé, emozioni con cui il bambino entrerà in contatto empatico a causa dell’intensità fusionale della relazione con la madre. A questo punto quindi è fondamentale il livello di strutturazione del sé della madre: ove il sé della madre sia disperso e poco strutturato, essa non sarà in grado di rispondere adeguatamente alle richieste affettive del figlio, non comprenderà i suoi segnali e le sue richieste, facendo sì che la relazione si costruisca attorno a una o due emozioni di base, creando i presupposti per un sé che nel bambino sarà a sua volta disperso e non gli permetterà un adeguato contatto con la sua interiorità nel futuro.

Il sistema di regolazione affettiva madre-bambino ha inizio ad un livello di organizzazione biologico-neurofisiologico-comportamentale, in quanto le prime richieste del bambino sono manifestazioni di pianto, fame, bisogno di essere pulito o fastidi somatici come doloretti e coliche, o sensazioni di caldo-freddo. Queste sono le sensazioni primarie che la relazione con la madre deve trasformare in emozioni, favorendo con il tempo una “presentificazione emozionale” che permetta al bambino di sviluppare la consapevolezza dei vissuti. Questo quindi dimostra che inizialmente il bambino è prevalentemente “corpo”, è la relazione con la madre che contribuirà allo sviluppo della mentalizzazione, cioè che permetta ai vissuti di divenire “pensabili”, spostando così la regolazione affettiva da un livello prettamente biologico ad un livello maggiormente psicologico, via via che la mente del bambino sviluppa la capacità di formare simboli, pensare e acquisire l’uso del linguaggio e permettendo quella differenziazione della personalità ed autoregolazione comportamentale che caratterizza la persona ben adattata. Quindi, in un primo momento, i vissuti del bambino coincidono con l’esperienza che egli ha di sé come corpo. Solo grazie ad una buona relazione con la madre egli svilupperà la capacità di elaborare queste sensazioni sottoforma di pensieri, fantasie e sogni, differenziandole dai processi biologici che ne sono alla base e attribuendo loro un significato psicologico: ovvero inizierà a strutturarsi la sua interiorità psichica.

La relazione madre-bambino ha la primaria funzione di fornire una base sicura che serva a strutturare un sé integrato, che attribuisca significato alle emozioni esperite dal bambino e che come tale, una volta dotate di significato, esse vadano a formare la struttura base di personalità del bambino. Vediamo questa funzione ben rappresentata dai concetti di “madre sufficientemente buona” (Winnicott), la “reverie materna” di Bion, i “modelli operativi interni” di Bowlby, la “sintonizzazione affettiva” di Stern e la “mentalizzazione” di Fonagy, concetti in cui non possiamo dilungarci data la loro complessità che trascenderebbe la natura di questo articolo. Basti qui sottolineare un aspetto fondamentale: attraverso tutti questi meccanismi empatici viene fornita al bambino quella capacità di rendere “pensabili” i suoi stati interni, di strutturare la sua psiche in modo coerente: il bambino piccolo infatti, e il neonato in primis, non è in grado di dare un senso alle sue sensazioni e ai suoi vissuti: è la madre che deve fungere da specchio che fornisce un senso. Ma capirete bene che se io madre sono per prima scissa e frammentata, cosa rispecchierò al mio bambino? Attraverso gli stessi meccanismi il bambino potrà inoltre percepire l’affettività, la vicinanza, il calore e l’empatia, che lo faranno sentire sicuro, amato, accettato, e che andranno quindi, tutti insieme, a strutturare il primo nucleo fondante dell’Io e poi del Sé.

Ma cosa accade dunque quando la madre non riesce ad essere “sufficientemente buona”? La mancanza di un’adeguata relazione madre-bambino comporta una minore rappresentazione e regolazione degli stati affettivi, in quanto le percezioni, i bisogni, le sensazioni non sono sottoposti a una elaborazione simbolica adeguata e non assumono, quindi, un significato come vissuti consapevolizzati. L’atteggiamento materno sembra perciò svolgere una importante funzione di regolatore biologico e comportamentale che, all’interno di una relazione sufficientemente buona, permette al figlio di organizzare le esperienze corporee integrandole con gli altri spetti del sé fino all’acquisizione di un equilibrio psicosomatico valido e indipendente. Laddove mancasse questa funzione di regolazione il bambino vedrebbe fallire la sua integrazione, sarebbe invaso da elementi interni confusi e disorganizzati, e la sua stessa struttura del sé sarebbe frammentaria e dispersa, non permettendo quel fondamentale “senso del sé” che consente la consapevolezza emotiva. Ove la capacità affettiva della madre non sia sufficientemente compiuta essa fallisce nella risposta al temperamento del bimbo, generando in lui carenze, fissità e rigidità nello sviluppo della personalità, che si incentrerà attorno a copioni e reazioni cognitive ed emotive non adattive alle situazioni che egli incontrerà nel suo sviluppo. Ove questa capacità sia fondamentalmente carente, inadeguata, disorganizzata, questa conseguente disorganizzazione del sé sarà talmente marcata che il bambino non riuscirà a strutturare un Sé coerente e un Io centrato. Vediamo come avviene questo e come il processo stesso porterà dunque al senso di vuoto e alla dipendenza affettiva.

Laddove la madre non sia in grado di fungere da base sicura per partire all’esplorazione del mondo, il bambino svilupperà una insicurezza di fondo data dalla frustrazione dei suoi bisogni primari, ovvero un modello insicuro di attaccamento. Questa carenza non gli permetterà di staccarsi adeguatamente dalla madre: il bambino, pur crescendo fisicamente, rimarrà emotivamente bloccato a una fase infantile dello sviluppo in cui attende ancora quelle attenzioni che la madre non ha saputo dare. Inoltre il Modello Operativo Interno che egli andrà sviluppando sarà quello di persona non degna di ricevere affetto, perché siccome la madre non glielo ha fornito ci dev’essere una ragione. Il bambino non riesce a incolpare la madre di questa carenza, perché questo implicherebbe sviluppare un senso di colpa interno che sarebbe troppo pesante da sopportare, allora rigira su sé stesso la colpa: è colpa mia se non sono amato, sono inadeguato, non degno di amore, sono sbagliato, imperfetto. Ecco quindi come va gradualmente strutturandosi il senso di disistima di sé che non permetterà di vivere in modo adeguato nel mondo. Data questa mancanza di un nucleo del Sé originario adeguato, ecco che tutte le esperienze che il bambino vivrà non saranno adeguatamente elaborate e integrate nel sé, perché la madre per prima non è riuscita a fungere da specchio elaborativo di tali esperienze interne del bambino. Così anche le esperienze successive finiranno in mondo confuso dentro la persona, che ne sarà invasa in modo caotico. Il sé rimarrà un’entità scissa e frammentata, non capace di elaborare gli inevitabili dolori della vita, i quali ogni volta riapriranno quella vecchia ferita dell’abbandono materno e della frustrazione del bisogni. Come tale anche l’Io, che rimane debole, non riuscirà a far fronte in modo evoluto ai dolori interni e si difenderà pesantemente utilizzando massivi meccanismo di difesa.

Quali sono quindi le conseguenze nella vita relazionale adulta? Molto pesanti. La persona non sarà in contatto con sé stessa, coi suoi bisogni e necessità, perché ammettere di avere dei bisogni vorrebbe dire temere ogni volta che questi verranno disattesi e ignorati. Ecco quindi che mancherà un senso di autostima adeguato e la persona peregrinerà sempre alla ricerca di modelli esterni a cui adeguarsi, ma soprattutto: ogni relazione sentimentale che gli capiterà fungerà per il soggetto da ancora di salvezza, occasione di riscatto di ciò che non si è avuto al momento opportuno. La relazione, invece di essere vissuta in modo adulto e quindi evoluto, avrà sempre la funzione che non gli è propria di “regolatore interno”. Si svilupperà una sorta di “sindrome di aggrappamento” tale per cui la relazione sarà l’appiglio a cui aggrapparsi, perché altrimenti ci si sente vuoti, incompleti, soli, abbandonati. La persona non riuscirà a vivere la relazione come arricchimento di un sé già strutturato, ma come immancabile cornice che deve fungere da regolatore interno. L’atteggiamento sarà quindi non quello maturo che vede l’amore come dono di libertà all’altro, ma sarà vissuta rimanendo fissati alla simbiosi materno-infantile e successivamente all’egocentrismo infantile: il neonato infatti non si vive come entità separata dalla madre, ma come sua emanazione diretta e tale che debba soddisfare qualunque bisogno lui abbia. Se la madre non è adeguata di fatto permarrà nella psiche inconscia questo stato originario di indifferenziazione tra il bambino e la madre e come tale anche i successivi rapporti sentimentali verranno vissuti in modo simbiotico. In questo caso il partner sarà colui che dovrà riempire il nostro vuoto interiore, dovrà sanare le nostre ferite infantili, darci ciò di cui abbiamo egoisticamente bisogno, quindi darci continuamente tempo, attenzioni, affetto, contatto fisico. In tale condizione non sceglieremo quindi l’altro per ciò che è, ma per ciò che ci dà, per i bisogni che riesce a soddisfare: di conseguenza non sapremo donare libertà all’altro, bensì solo soffocamento e oppressione. È logico che la diretta conseguenza del vivere le relazioni in questo modo sarà la rottura della relazione stessa: il partner infatti non si sentirà amato autenticamente per come egli è, ma si sentirà in dovere di corrispondere a un modello che gli necessita per stare bene. Se quindi la persona viene lasciata essa ripiomberà in quello stato di vuoto indifferenziato e divorante che lo riporterà inconsciamente a rivivere quella carenza originaria. Uno stato di vuoto che la persona tenderà ad allontanare a tutti i costi ricercando una nuova relazione con gli stessi presupposti fallimentari della prima. Ecco quindi le tipiche frasi del dipendente affettivo: “non posso vivere senza te”, “senza te non sono niente” che denotano in modo chiaro quanto la persona si senta vuota senza qualcuno che la riempie dall’esterno. E quel “TU” che dovrebbe essere il soggetto riempiente non sarà di fatto il destinatario di un amore autentico, di un autentico donare. Il dipendente affettivo infatti dona qualcosa per ricevere attenzioni, contatto fisico, riempimento, non è capace, di fatto, di amare veramente, perché l’amore di fonda su tutt’altri presupposti.

Cosa fare dunque per liberarsi da questa ricerca infinita di attenzioni? Innanzitutto accettare che il completamento di sé stessi non potrà arrivare dall’esterno, ma dall’interno di noi stessi. Nessuno potrà mai completare qualcosa che di per sé è incompleto. Quindi è necessario, di conseguenza, accettare l’assordante silenzio della propria solitudine a venirne in contatto. Ci accorgeremo che all’interno di quel vuoto divorante esiste il nostro bambino interiore solo e abbandonato che attende ancora un riscatto. Ma è un riscatto che nessuno potrà mai dargli: gli altri saranno solo surrogati, siamo noi stessi che dobbiamo ricostruire e nutrire il nostro sé, rimettendo insieme i pezzi che non sono mai stati composti. È certamente un lavoro lungo e doloroso, ma se si continua a credere che sia l’altro a donarci felicità allora saremo destinati all’infelicità perenne.

A conclusione di questo articoli voglio mettere questo illuminante brano di Osho:

La capacità di essere soli è la capacità di amare. Potrà sembrarti paradossale, ma non lo è. È una verità esistenziale, solo le persone in grado di essere sole sono capaci di amare, di condividere, di immergersi nell’essenza più intima dell’altra persona, senza possederla, senza diventare dipendente dall’altro, senza ridurlo a un oggetto, e senza esserne assuefatto. Permettono all’altro una libertà assoluta, perché sanno che, se l’altro se ne va, saranno altrettanto felici, quanto lo sono adesso.
La loro felicità non può essere portata via dall’altro, perché non è stata data da lui. Ma allora perché vogliono stare insieme a qualcuno? Non è più un bisogno, è un lusso: godono nel condividere, hanno così tanta gioia che vogliono riversarla in qualcuno. 
Sanno suonare la propria vita come un assolo: un solista di flauto sa come godersi il suo strumento in un assolo, ma se incontra un suonatore solista di tabla, si godranno la possibilità di stare insieme e creare un’armonia tra il flauto e le tabla.

DOTT.SSA CHIARA PICA