DOTT.SSA CHIARA PICA

Lettera a una madre siamo ben altro rispetto a cio che dai genitori avremmo dovuto ricevere

Con la gentile concessione di una mia oramai ex paziente, che mi ha permesso di pubblicare qui alcuni frammenti di una sua lettera scritta alla fine della sua terapia con me, voglio aprire un articolo che possa mostrarvi come, nonostante tutti i dolori, le mancanze, le carenze ricevute dalla famiglia d’origine, noi abbiamo il dovere di guardare oltre tutto questo, se davvero vogliamo “guarire”. Ed è un articolo che chiedo cortesemente di leggere e di meditare profondamente a tutti coloro, miei pazienti o meno, che si sentono vittime di un ineluttabile destino, e che si arrotolano su di esso come se noi fossimo solo passivi prodotti delle nostre esperienze del passato.

 

“Stasera, guardando alcune foto di mia madre, è come se avessi guardato oltre i miei sentimenti di rabbia e rancore nei suoi confronti. Ho visto una persona a cui è mancato l’amore materno, una persona che dunque si è costruita una rigida e difensiva corazza di orgoglio, una bambina interiore profondamente ferita e che quindi ha cercato compensazione nelle relazioni della sua vita in modi sbagliati e fallimentari. Una persona che quindi ha creduto a suo modo di dare amore quando in realtà vampirizzava gli altri per ottenerlo a dismisura per sé stessa. Vedo una madre che non è stata in grado di esserlo perché dentro aveva lei stessa troppo bisogno di accudimento per poterlo dare a un altro essere. Ho visto una persona che, in definitiva, ha cercato l’amore in modo sbagliato, rimanendone delusa e ferita, ho visto una persona dietro le cui fragilità ho scorto le mie. Forse la odiavo perché mi metteva di fronte le stesse mancanze che io ho avuto nei confronti di me stessa. E si sa bene, per la legge dello specchio che in questo cammino ho compreso, che gli altri ci rimandano sempre ciò di noi non vorremmo vedere”.

 

Una grande verità ha compreso la persona che ha scritto queste righe: che non ha alcun senso stare lì a pensare e recriminare su come un genitore avrebbe dovuto essere nei nostri confronti. Non ce li scegliamo i genitori, ci capitano: e se non avessero avuto quella mancanza ne avrebbero forse avuta qualche altra, perché i genitori perfetti al mondo non esistono.

 

“Tempo fa mi arrabbiavo, perchè sostenevo che lei avrebbe dovuto diventare consapevole di sé stessa, avrebbe dovuto rompere la sua corazza di orgoglio, ammettendo tutti i suoi errori, avrebbe dovuto prendere coscienza dei suoi meccanismi problematici piuttosto che far patire chi aveva intorno col suo infantilismo. Ma poi ho capito che io non cercavo questo affinchè lei guarisse e stesse meglio, ma per avere io la mia rivalsa, la mia vendetta, perché quell’orgoglio smodato in quel momento lo avevo anche io (cavolo quanto è vera questa legge dello specchio dottoressa!)”.

 

Quindi che senso ha recriminare su questo: noi non possiamo sceglierci i genitori, né tantomeno  cercare di cambiarliè solo su di noi che abbiamo potere e questo gli altri, soprattutto i genitori e le figure affettivamente importanti della nostra vita, ce lo mettono davanti giorno dopo giorno: continuamente ci riconducono a noi stessi, ci rimandano indietro ciò che siamo, le nostre fragilità, vulnerabilità, problemi, ferite sanguinanti. Ci costringono a guardarle in faccia. Insomma, in sostanza, siamo responsabili al 100% della nostra vitanon siamo responsabili del tipo di genitori che ci capitano, ma siamo noi che poi scegliamo cosa diventare: se riproporre vecchi schemi già visti, rimanendo legati a rabbie, rancori e rimpianti, copioni familiari, o se evolvere andando oltre noi stessi, o meglio dando compimento a noi stessi. È questo il nostro compito: andare oltre i condizionamenti, gli schemi, i copioni e le influenze ricevute dalla famiglia, dalla scuola, dal sociale. Costruirsi come esseri umani vuol dire questo e tanto più profonda sarà questa costruzione quanto più saremmo costretti a scavare al fondo di noi stessi  per ripulire il nostro essere. Stare lì a dirsi come un genitori avrebbe dovuto trattarci serve a ben poco, perché fa parte del passato e il passato è un non- tempo che non esiste più, se non nella nostra psiche che continua a renderlo ogni giorno reale dedicandogli una spasmodica attenzione. Noi, di fatto, siamo ben più e ben altro rispetto ai passivi prodotti di una storia famigliare: la legge dello specchio continua a ricordarci costantemente che siamo noi stessi gli unici termini dell’equazione della vita sui quali possiamo avere un’influenza. Ma se su di noi eserciteremo un’azione evolutiva essa si irradierà necessariamente e profondamente su tutto ciò che ci circonda, perché come altre volte ho avuto modo di ribadire, i nostri pensieri creano la realtà intorno a noi. E a tal proposito, per non dilungarmi in un sermone che mi  porterebbe fuori tema, cito queste parole di Ghandi:

 

Mantieni i tuoi pensieri positivi perché i tuoi pensieri diventano parole. Mantieni le tue parole positive perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti. Mantieni i tuoi comportamenti positivi perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini. Mantieni le tue abitudini positive perché le tue abitudini diventano i tuoi valori. Mantieni i tuoi valori positivi perché i tuoi valori diventano il tuo destino”.

 

Il destino non esiste, non è già scritto, ce lo costruiamo noi giorno dopo giorno tramite ciò a cui decidiamo di dare importanza nella nostra esistenza. Quindi smettiamola di recriminare contro il passato con impotente e vittimistico atteggiamento. Se io mi fermo a ciò che avrei dovuto ricevere dai genitori non posso dedicare attenzioni sufficienti a ciò che invece la mia vita, con il suo progetto esistenziale in nuce già all’atto del mio concepimento come essere umano, mi chiama a diventare. La legge dello specchio mi mostra costantemente, attraverso ciò che i miei genitori e le altre figure affettive della mia vita mi hanno negato, la mia immagine, e a questa insistentemente vuole ricondurmi: vuole insistere sul fatto che solo partendo da me io posso davvero cambiare qualcosa della mia vita, uscire da schemi, copioni e automatismi che mi lasciano incastrato nel mio passato: che mi fanno restare lì nel vano tentativo di cambiare questo passato perdendo dunque di vista che l’unico mio vero tempo è il presente, il me stesso del qui ed ora, il me stesso a cui io devo dare compimento. Se la mia paziente avesse continuato a recriminare su ciò che non aveva ricevuto sarebbe solo rimasta ingabbiata nel suo passato, senza alcuna speranza di evoluzione: avrebbe ignorato il fatto che la madre, con i suoi problemi, mancanze e fragilità, le stava rimandando di lei un’analoga immagine di cui lei e lei soltanto aveva il dovere di occuparsi. Se non lo avesse fatto, sarebbe stata né più e né meno che come sua madre, senza permettersi di rompere la catena. I genitori possono solo avviare l’opera, instradare, donare le ali: ma qualora non lo facciamo, inutile che io me ne stia a lamentare. Starà a me rimboccarmi le maniche e costruire me stesso. Sarà mio compito, mio e mio soltanto, di tirare fuori da me stesso ciò che sono. Se al momento della partenza a un viandante non son stati dati che pochi stracci per coprirsi e qualcosa per sfamarsi sarà suò compito trovare tutto quello che gli manca lungo la strada. Se delegherà ad altri probabilmente mangerà poco e si coprirà di miseri panni, rimanendo schiavo degli altri e del loro tempo, delle loro decisioni. È un compito mio, mio soltanto, che io dovrò imparare a non delegare ad alcuno che non sia io stesso. Perché mi dovrò accorgere che se continuo a cercare qualcuno che cerchi viveri e vestiti al mio posto, starò continuando a cercare dalla mia vita il riscatto dal mio passato impedendomi di vivere il presente.

 

“ho imparato, da questa vita, che tutto sommato non aveva senso che stessi lì a pensare a che cosa mia madre avrebbe dovuto fare, riscattare, ricostruire, di sé stessa. Come al solito la legge dello specchio mi ha fatto comprendere che è di cosa posso fare di me stessa che mi devo occupare” Ognuno ha il suo destino nella vita, e non ha alcun potere su quello altrui. “Forse ora posso solo gioire del fatto che, anche se mia madre non è giunta a quella consapevolezza che io avrei voluto, almeno ha trovato qualcuno che possa amarla adesso rendendole migliori gli ultimi anni della sua vita. E a me non resta che pensare, finalmente, alla mia di vita, nella convinzione che solo io posso dare a me stessa, adesso, ciò che mia madre non ha saputo e potuto darmi prima. E anzi: posso anche comprendere che, invece che adirarmi per ciò che lei non ha raggiunto per la sua vita, è bene che io gioisca per cosa sto raggiungendo per la mia, in quanto forse ho avuto la capacità di fermarmi a guardare dentro di me, a cogliere i messaggi del mio psicosoma, per decifrarli ed andare oltre. E, queste difficoltà, tutto sommato, ora le ringrazio, perché mi hanno permesso di scoprire tutta la mia profondità interiore, che forse non avrei esplorato se avessi avuto una vita più semplice che mi avrebbe reso più allettante restare alla superficie delle cose. Ora posso perdonare mia madre”.

 

Una volta lei mi disse “forse avrei dovuto riuscire a interpretarli prima, questi messaggi che lo psicosoma mi inviava, invece di pensare a scacciarli”: ma io le ho risposto che con i se fossi e se avessi non si costruisce un bel nulla nel presenteOgnuno ha il suo tempo, il suo modo, alcuni ci arrivano presto, altri tardi, altri mai, ma non ha senso che io mi curi del percorso altrui quando ho il mio a cui badareun percorso che non posso in alcun modo giudicare, ma solo osservare nel suo dispiegarsi. E spesso, come nel suo caso, quando raggiungiamo un alto livello di consapevolezza, non possiamo che ringraziare le nostre dolorose esperienze, i sintomi che al tempo volevamo scacciare, perché ci hanno permesso di ottenere una profondità interiore che non ci fa rimanere nella superficie delle cose, ma ci dà modo di andare oltre. Il dolore, i problemi, le situazioni difficili di qualunque genere, se vissute appieno, spalancano mondi e porte che non possiamo neanche immaginare, quelle di noi stessi e della nostra profondità umana, perché ci costringono ad attingere a risorse di noi stessi che altrimenti resterebbero sepolte e che non sapremmo mai di avere. Continuare ad occuparsi di un passato che non potremo mai cambiare ci farà solo sentire sempre più impotenti: occuparsi del presente invece ci avvicinerà sempre più a chi siamo davvero. 

 

DOTT.SSA CHIARA PICA