DOTT.SSA CHIARA PICA

Dalla cura del disturbo alla scoperta della relazione d’aiuto come lavoro coi miei clienti

Dalla cura del disturbo alla scoperta della relazione d’aiuto: come lavoro coi miei clienti

In questo articolo voglio parlare di ciò che secondo me è davvero importante nel lavoro coi clienti. Ovvero quello che davvero i clienti cercano da noi psicologi, quello di cui hanno veramente bisogno. Ce lo siamo mai chiesti veramente, o ci siamo fermati a ciò che abbiamo appreso e studiato all’università? In un precedente articolo ho già espresso il mio pensiero sulla attuale patologizzazione della società, ma sono costretta a ripetermi minimamente in questa sede su un concetto basilare.

Ovvero che noi come psicologi non dobbiamo curare malattie ma fornire risposte alle sempre più frequenti domande di benessere che le persone fanno. Non è certo una mia invenzione: stando alle stesse statistiche noi psicologi stiamo totalmente sbagliando bersaglio degli interventi, perché ci si continua a rivolgere alla patologia!!! Continuo a vedere con rammarico nei profili di molti psicologi cose tipo “trattamento degli attacchi di panico, dei disturbi d’ansia” ecc, e in pochissimi vedo cose tipo “promozione dell’empowerment, della stima di sé, della consapevolezza personale, sviluppo dei propri sé autentici, sviluppo dei propri talenti, sviluppo di abilità comunicative di coppia” ecc… Secondo le statistiche degli Ordini regionali il settore clinico risulta saturo poiché è in diminuzione la domanda di cura del malessere, ma è in aumento quella di promozione del benessere. Ampi segmenti della popolazione investono infatti in benessere, anche in tempi di crisi, non in cura della patologia. Le persone non hanno più bisogno di sentirsi attribuire un’etichetta per star bene, hanno bisogno di essere riconosciuti come persone che fanno domande di benessere.

I clienti che cercano un aiuto non hanno bisogno di una semplice ricetta magica che cancelli i loro problemi: per quanto ciò possa apparire rassicurante a noi addetti ai lavori in realtà bisogna andare molto oltre. Siamo sicuri che di fronte alla richiesta di aiuto di un cliente dobbiamo fermarci alla richiesta esplicita di eliminare l’attacco di panico? O di eliminare il disturbo d’ansia? O il sintomo dell’insonnia? Non dovremmo forse calarci più in profondità andando a vedere cosa si cela dietro quell’attacco di panico, dietro quel disturbo d’ansia o dietro l’incapacità di prendere sonno?

Ma attenzione: non si tratta qui di andare a fare un profondo lavoro di scavo in chissà quali traumi dell’infanzia. Se quella persona ci fa una domanda di benessere è bene ascoltare primariamente quella. Cosa intendo esattamente per domanda di benessere? Intendo il fatto che dietro ogni disagio, dietro l’ansia, la depressione, dietro gli attacchi di panico, dietro i disagi che vengono etichettati come tali c’è di fatto tutta una serie di vissuti e di emozioni che devono essere ascoltati. L’ascolto empatico è quindi il primo e fondamentale passo per essere davvero con il cliente, per fargli sentire la sua presenza. Lo psicologo non dev’essere l’esperto che si mette al di sopra del cliente ma dev’essere colui che lo accompagna in un percorso di scoperta di sé e dei propri “aspetti di sé” di cui non c’era consapevolezza. Quindi è letteralmente necessario passare dalla cura del disturbo alla comprensione del disagio. Il disturbo non esiste, esiste solo un modo diverso di essere nel mondo che l’attuale sistema psichiatrico definisce come malattia: gli attacchi di panico non sono una malattia, è un modo attraverso cui il disagio interiore di esprime nello psicosoma e vuole essere compreso. Ecco perché mandare via il sintomo senza comprenderne la voce (come attraverso l’uso degli psicofarmaci) è assolutamente inutile.

Concentrarsi sul problema non è mai la soluzione al problema stesso: quello che è veramente importante è scoprire quelle che sono le eccezioni al problema, alla scoperta di quelle risorse che di fatto ognuno di noi possiede, anche nelle situazioni più difficili. Il fatto stesso che siamo ancora vivi significa che, nonostante tutto il dolore, c’è qualcosa che ci dà forza ed è su quello che dobbiamo far leva come psicologi del benessere. Ogni cliente ha il sacrosanto di essere accompagnato in un viaggio di scoperta di quelle che sono le sue potenzialità, i suoi talenti inespressi, le sue doti, i suoi sé alternativi rispetto a quelli in cui è abituato a vedersi. Spesso, dopo anni e anni in cui siamo abituati a vederci in un certo modo ormai cristallizzato, risulta difficile riuscire a constatare che invece siamo molto di più di quella banale auto descrizione che eravamo soliti fornire di noi stessi.

Nella maggior parte dei casi non ha alcun senso andare a ritroso alla ricerca originaria delle cause del nostro problema, perché finiremmo non solo per continuare a rimanere centrati sul problema per cui abbiamo chiesto aiuto, ma di fatto finiremmo in un andare indietro senza fine, perché quel problema del passato a sua volta è legato a un altro problema del passato fino ad arrivare chissà dove, magari ad altre generazioni. In più così perderemmo di vista quel che siamo adesso e cosa può riservarci il futuro. È nel qui ed ora che invece abbiamo il dovere di agire: rileggere il passato ha senso soltanto attraverso l’uso di tecniche narrative volte a rileggere, sotto una luce diversa e consapevole, la nostra storia passata, ma ciò è ben diverso del fare un lavoro da archeologo sulla nostra psiche più remota. Quello di cui invece dobbiamo andare alla ricerca è quello che vogliamo realmente dalla nostra vita: cosa vogliamo a prescindere da ogni gabbia personale o relazionale in cui ci siamo infilati, ritrovare sé stessi dietro ogni maschera che siamo soliti indossare. Tutto ciò porterà a vivere al meglio delle nostre potenzialità, a una migliore gestione delle relazioni, del quotidiano.

Importantissime a tal proposito sono tutte quelle tecniche di rilassamento, training autogeno, visualizzazione, che servano a liberare energie precedentemente impiegate in maniera disfunzionale (sintomi psicosomatici) ed utilizzandole al servizio delle potenzialità inespresse e del miglioramento della relazione con gli altri. Altrettanto importanti sono le tecniche che aiutano a conoscere le parti alternative di sé che a malapena conosciamo e anche tutte le tecniche volte a migliorare la comunicazione nelle nostre relazioni interpersonali. ancora, come prima accennato, sono importanti tutte le tecniche che si basano sull’uso della narrazione e dell’autobiografia: proprio perché siamo abituati a raccontarci e raccontare di sé in un modo ormai cristallizzato dobbiamo abituarci a dare di noi una versione diversa che possa aiutarci a liberare quelle energie inespresse e non riconosciute che altrimenti potrebbero esprimersi nella veste di disturbi psicosomatici, compresi i ben noti attacchi di panico, che non sono certo una “patologia” ma uno dei modi in cui il nostro psicosoma vuole avvertirci che dobbiamo cambiare qualcosa negli equilibri della nostra vita.

A mio giudizio le persone hanno quasi sempre in sé le risorse necessarie per fare ciò che è meglio per loro: quindi non siamo noi psicologi a dovergli dire cosa fare e come farlo, dobbiamo aiutare il cliente a trovare da sé questi modi. Si tratta di portare alla luce e mobilitare queste potenzialità, perché solo così una scelta sarà veramente sentita dal cliente come sua e non come nostra. Solo il cliente sa cos’è davvero il meglio per lui, semplicemente dobbiamo aiutarlo a scoprirlo. E quanto più riusciamo a non farci condizionare da modelli esplicativi causali o normativi, tanto più potremo apprezzare, valorizzare le specifiche idee di ogni cliente. Ma una cosa è certamente importante e fondamentale sottolineare: in questo percorso non è in primis responsabile lo psicologo, bensì la persona: cambiare è sempre possibile, ma solo se lo si vuole con tutte le proprie forze, se siamo pronti ad accettarne le conseguenze e che il processo non è certo automatico e richiederà notevoli sforzi da parte del cliente. Nessuna pillola magica è disponibile per un cambiamento che sia davvero della persona, a meno che non si voglia limitarsi a prendere dei farmaci che facciano il lavoro per noi semplicemente mettendo a tacere quegli stessi sintomi che vengono proprio per dirci che qualcosa di noi o delle nostre relazioni non va più bene. Spesso inoltre non ha senso dire “voglio che quel problema vada via”: far andar via il problema spesso non è l’obiettivo giusto, mentre l’obiettivo idoneo è invece riuscire a vedere il problema talmente da un punto di vista diverso che non lo si guarda più allo stesso modo, se ne fa un’esperienza diversa. E inoltre così si impara a dire non più “voglio che quel problema vada via” come se lo psicologo fosse quel braccio che deve tirar su un peso morto e deve magicamente togliere i problemi dalla vita del cliente, bensì si impara a dire “cosa posso fare per rendere migliore la mia vita al punto che quel problema sparirà da sé/non sarà più necessario/non gli darò più importanza” ecc.

Solo vedendo le cose da questo punto di vista si smetterà di credere che quel che serve davvero è andare a curare la patologia. Non è quello di cui i clienti hanno bisogno. Questa ottica continua a tenerli concentrati sul problema piuttosto che sulla soluzione, l’unica che invece può davvero mobilitare le risorse positive del cliente per far si che esso sia davvero parte attiva del suo cambiamento e non più il ricettore passivo di cure di qualche patologia che neanche esiste.

DOTT.SSA CHIARA PICA