DOTT.SSA CHIARA PICA

Perché le coppie non durano la disfatta relazionale dell’uomo moderno in bilico tra due mondi

La coppia non è più l’entità che eravamo abituati a vedere nelle relazioni dei nostri genitori né tantomeno dei nostri nonni. Il panorama relazionale odierno è notevolmente cambiato. Se in meglio o in peggio questo è un giudizio che lascio esprimere liberamente ai lettori, ma certo è che è mutato.

Vediamo com’era il quadro matrimoniale della vita dei nostri nonni. A quei tempi, innanzitutto, ci si sposava per la seguenti ragioni:

·         Per convenienza: molte relazioni venivano instaurate per sanare situazioni economiche difficili, garantirsi un buon reddito, garantire la sistemazione idonea alla figlia femmina. In tal senso molti matrimoni erano dunque combinati anche contro il volere di una o entrambe le parti;

·         Per “convenzione sociale”: a quel tempo non sposarsi e non avere figli era considerato quasi un “reato”. Se non ti sposavi e non avevi figli eri la “zitella” e questo era un marchio di spregio che la donna si portava dietro come una condanna. Non ottemperare a questo progetto sancito socialmente era quindi considerato alla stregua di un fallimento esistenziale che non poteva essere considerato accettabile. La maggior parte dei matrimoni era quindi allacciata perché andava fatto, magari con qualcuno che ad un certo punto era considerato “idoneo” per determinati standard, quasi sempre della famiglia d’origine, della quale si doveva ricevere la sacra approvazione;

·         Per fuggire dalla famiglia d’origine: ai tempi dei nostri nonni, ma anche dei nostri genitori, era ben difficile poter uscire di casa se non  in seno alla costituzione di un nuovo nucleo familiare. Molti miei pazienti hanno “usato” l’appiglio di un matrimonio solo per poter uscire da relazioni famigliari soffocanti e disturbate, finendo così dalla padella alla brace.

Queste relazioni vengono spesso esaltate nella loro sostanza : “prima i matrimoni duravano!”. Si certo, ma ci siamo chiesti perché? Ci siamo chiesti cosa davvero si nascondeva dietro la facile idealizzazione e l’apparenza? Intanto i coniugi, spesso e volentieri, erano come dei separati in casa: nessuna condivisione di attività e una rigida divisione dei ruoli. La donna era destinata a sfornare e accudire figli e ad occuparsi delle incombenze domestiche; all’uomo era invece concesso quel che gli pareva. La donna poteva solo chinare il capo e accettare un dato di fatto. Il concetto di “persona” sostanzialmente non esisteva. Quello che contava era solo svolgere bene il proprio ruolo: moglie, madre, donna di casa.

Dialogo e comunicazione erano quasi degli sconosciuti: si parlava delle cose di tutti i giorni, della quotidianità e delle incombenze, dei figli, ma non c’era certo interesse alcuno a confrontarsi su sé stessi, sulla relazione, parlare dei propri sentimenti, vissuti, nessuna condivisione di anime. Le donne erano spesso costrette a raccontare al buio dell’anima i loro turbamenti  mentre l’uomo cresceva nella totale ignoranza di ciò che potesse concernere il mondo emotivo. L’uomo era del resto educato a essere la colonna portante della famiglia e non gli poteva essere concesso di mostrare le sue debolezze e vulnerabilità e tantomeno di parlarne con la moglie. Questo generava, di conseguenza, carenza di contatto e intimità, risicata spesso alle esigenze dell’uomo o al fine della procreazione. Quello che contava è che ciascuno recitasse bene il suo ruolo, la sua parte. Anche il confronto intellettuale era spesso negato, a meno che non si fosse di buona famiglia, in quanto, in caso contrario, alla donna era concesso ben poco tempo per occuparsi di questione che erano ritenuti bazzecole ben poco utili a tirare avanti la baracca.

Vigeva poi l’idea del “sacrificio”. E ahimè, non per essere sessista, ma inevitabilmente a farne le spese finivano per essere le donne. L’individualità doveva essere sacrificata per il bene più grande della famiglia: svaghi, divertimenti, passioni erano spesso parole quasi sconosciute. Le parole d’ordine erano solo sacrificio e abnegazione. La coppia non era quindi un’entità dove i singoli IO potevano svilupparsi in armonia, ma diventava spesso una gabbia in cui questi IO venivano distrutti. Ovviamente anche il senso del TU, ovvero il rispetto dell’altro in quanto individuo con suoi diritti e peculiarità era sostanzialmente misconosciuto. Il rispetto per l’altro si riduceva a una venerazione reverenziale verso il marito che aveva sempre e comunque ragione.

Oggi invece le cose stanno radicalmente cambiando. Ci troviamo letteralmente in una fase di passaggio. Ed è proprio questo il difficile: non la sappiamo gestire e non abbiamo gli strumenti per farlo. E se li abbiamo spesso finiamo per non usarli. Siamo sull’orlo di un cambiamento epocale nel quale, da un lato, sono messi in discussione i fondamenti base che hanno retto la famiglia classica; dall’altro lato però non si sta riuscendo a costruire un’entità-coppia diversa e più individuata. Bisogna costruirla da zero e spesso non si sa che pesci prendere.

·         Da un lato vorremmo tenere in piedi il matrimonio originario visto come il simbolo irrinunciabile dell’indissolubile unione che viene poi spesso ammantata di fiabesco romanticismo, ma dall’altro lato non si è disposti a mettersi veramente in gioco per costruirla.

·         La donna è lacerata in due: da un lato il restare incollata a un ruolo di moglie e madre senza il quale si sentirebbe etichettata come fallita e nel quale ha ancora bisogno di essere riconosciuta; dall’altro l’emersione di nuovi modi e maniere per realizzare sé stessa (vedesi il lavoro) e per dare voce ai suoi bisogni e necessità, cosa che però porta inevitabilmente allo scontro con un maschio ancora incapace di gestire questo nuovo femminile, in quanto la donna  non si accontenta più di ricevere dal proprio partner una casa e una sicurezza economica ma avanza anche altre richieste, sessuali, sentimentali e di dialogo che dal canto opposto l’uomo non sa ancora come soddisfare

·         L’uomo, per l’appunto, è da un lato ancora legato al ruolo di colonna portante della famiglia, al ruolo di duro, impassibile, distaccato dalle emozioni e che non deve mostrare cedimenti, ma dall’altro è schiacciato dall’emersione di questo nuovo femminile che non sa gestire (che spesso lo porta a far venire a galla vecchi conflitti con un materno divorante e castrante) e che chiede sempre di più in termini di libertà, spazi e tempi

·         Da che in passato il dialogo era quasi un’entità sconosciuta adesso si sente l’esigenza di scoprirsi come esseri in comunicazione ma non si ha idea di come fare. Uomo e donna restano ancora saldamente legati ai loro ruoli emozionali, da un lato perché questo dà sicurezza dall’altro perché non si sforzano di conoscere l’uomo il femminile dentro di sé e la donna il maschile dentro di sé e così non riescono a esercitare l’empatia che li porterebbe a mettersi nei panni dell’altro per comprendersi e avvicinarsi. Questo agisce a sua volta negativamente sulla capacità di avvicinarsi intimamente e interiormente, scoprirsi, mettersi a nudo, non solo a livello fisico e concreto ma anche interiore e psicologico.

·         Questa incapacità di uscire dal proprio blocca qualunque capacità generativa nei confronti di un NOI che comprenda ma al tempo stesso trascenda i singoli IO. Senza IO che sanno riconoscere un TU altro-da-me e col quale costruire un NOI si finisce per vedere l’altro come parte di sé, come proprietà privata, che diventa indispensabile al proprio benessere e non in diritto di coltivare suoi spazi e interessi senza che l’ego se ne senta minacciato. Sostanzialmente non si riesce a passare dall’idea di amore-possesso all’idea molto più evoluta di amore come rispetto e libertà, e come  specchio per vedere e arricchire sé stessi in un processo di crescita reciproca. Nessun amore nasce e fruttifica nel possesso e ancora l’uomo non è abbastanza evoluto per riconoscerlo.

·         Infine un ultimo confitto concerne da un lato il bisogno di mantenere viva l’idea di indissolubilità di matrimonio e unione per averne sicurezze e garanzie a vita, dall’altro ciò si mal concilia con un emergente bisogno di evoluzione che non sempre contempla il restare “per sempre” con la persona con cui ci si è sposati. Questo non vuol dire fare un’ode alla promiscuità ma accettare il fatto che il cammino evolutivo potrebbe implicare svolte e cambi di marcia che non necessariamente contemplano la presenza della persona con cui quel cammino è iniziato.

Insomma, l’universo relazionale sta notevolmente cambiando, ma non si sa come gestire questi cambiamenti. Non si sa come mettere in comunicazione i propri bisogni con quelli dell’altro, la ricerca di sicurezze col  bisogno di libertà, come esercitare quella flessibilità che necessariamente deve caratterizzare la vita di coppia. mancano quindi abilità relazionali, interiori, comunicative che spesso il sociale, inteso come famiglia e scuola,  manca di comunicare o che comunica male. Di converso non c’è da parte di molte persone la necessaria umiltà per mettersi in gioco e farsele insegnare, credendo di avere già tutto quel che serve per mandare avanti una relazione. Non è un caso che i corsi che ottengono meno presenze sono quelli dove ci si deve mettere in gioco a livello relazionale (corsi per coppie e famiglie). Sono dunque indispensabili appropriati “strumenti” di consapevolezza e di comunicazione, che non possiamo inventare da soli ma che possono essere sviluppate attraverso opportune letture e soprattutto la partecipazione ad appositi corsi tenuti da formatori qualificati.

Questo permetterebbe di comprendere varie cose:

·         Che amore è diverso da possesso e che dona libertà invece di toglierla. E che è anche dialogo, condivisione, intimità e affettività

·         Che uomo e donna sono due esseri completamente diversi ma che, se entrano efficacemente e umilmente in relazione, possono arricchirsi reciprocamente tirando fuori il proprio Sé sessuale opposto, perché mentre la donna ha iniziato già da tempo a sviluppare il proprio maschile interiore, l’uomo – salvo rare eccezioni - non ha ancora affrontato il suo femminile interiore ed anzi lo teme.

·         Che l’amore non è sacrificio e abnegazione del sé in favore del NOI ma il giusto equilibrio in cui il sé si arricchisce nel NOI mentre lo costruisce insieme all’altro

·         Che l’amore non ha nulla a che vedere con l’innamoramento ma è una SCELTA D’IMPEGNO ben consapevole e volontaria

Questo porterebbe a far si che le relazioni non si rompano con la facilità con cui avviene adesso, perché sarebbe costruite già a monte a partire da presupposti diversi, presupposti che permetterebbero di vedere l’altro come un arricchimento del sé perché porta alla luce i nostri lati ombra, e così costituiti riusciremmo a far fronte alle sfide e alle difficoltà come crescite evolutive reciproche e non come occasioni per tagliare la corda. Perché attenzione, amore come libertà e non come abnegazione e sacrificio non significa che “faccio quel cavolo che voglio”. Significa essere liberi INTERIORMENTE. Se non saremo liberi interiormente non potremo costruire un bel nulla a livello relazionale.

Tutt’ora, in questo passaggio epocale, si continua a vedere nella coppia una ricerca di garanzie per essere meno soli, avere sicurezze economiche, non apparire diversi o sfigati, essere “standard” nel fare figli, famiglia ecc percorrendo il cammino che viene considerato giusto. La coppia non ha nullla a che vedere con tutto questo: è un cammino evolutivo profondo e serio. Chi è davvero disposto a mettersi in questo viaggio con questi presupposti?

Le nostre ‘relazioni’ d’affetto erano generalmente durature: promettevamo di amarci reciprocamente per sempre. Oggi però queste relazioni non funzionano più: finiscono, non sembrano più quello che erano una volta, quello che pensavamo dovessero essere, ci spezzano il cuore e si frantumano. La metà dei nostri matrimoni si conclude con il divorzio, e chissà quanti altri amori di prova, di pratica e ‘part-time’ naufragano sugli scogli. Nessuno di noi può dire di essere passato indenne attraverso il tunnel dell’amore e all’inizio di questo nuovo millennio la nostra identità di amanti muore e allo stesso tempo diventa adulta.  (D. R. Kingma)