DOTT.SSA CHIARA PICA

Il sacrificio pasquale come messaggio di rinnovamento psichico e spirituale: una interpretazione della rinascita in senso simbolico-junghiano

La primavera è stata in tutte le culture antiche un simbolo di rinascita. Una rinascita primariamente della natura, che dopo il freddo inverno sepolta sotto le coltri innevate, si ridesta alla vita; ma una nascita anche interiore, spirituale. Non dimentichiamo infatti che nelle culture più antiche non esisteva affatto, come invece esiste nella nostra, una scissione tra materia e spirito: l’essere umano partecipa, secondo questa concezione, della stessa essenza della natura, il suo spirito corre in sintonia con le forze e le energie naturali.

Questo discorso viene egregiamente espresso da Jung in “La dinamica dell’inconscio”, dove fa presente che è necessario superare, per il nostro benessere, una visione scissionista tra materia e spirito che ci deriva dalla concezione positivista ottocentesca che rende degni di attenzione solo quei fenomeni che possono essere studiati scientificamente. Ecco che così come la medicina verrà ridotta all’anatomia e alla fisiologia, così la psiche verrà ridotta solo a meri meccanismi cerebrali, ignorando totalmente ciò che è anima, psiche. La psicanalisi nacque proprio come forte contrapposizione a una psicologia che, per rendersi scientifica, aveva bisogno di spogliarsi delle speculazioni filosofiche per entrare a pieno diritto tra le scienze naturali. Ecco che Jung scrive allora: “Dato che non abbiamo effettivamente la minima idea sul come ciò che è psichico possa derivare da ciò che è fisico, e posto che una realtà psichica esiste di fatto, nulla ci vieta di supporre una volta tanto il contrario; e cioè che la psiche derivi da un principio spirituale per noi inaccessibile così come ci è inaccessibile la materia. Certo una psicologia siffatta non può aspirare ad essere moderna, poiché è moderna la tesi opposta. Dobbiamo quindi rifarci, di buon grado o no, alla dottrina dell’anima dei nostri progenitori, dato che furono appunto loro a formulare ipotesi consimili. La concezione antica era che l’anima fosse essenzialmente la vita del corpo, il soffio vitale, una sorta di energia vitale immessa nel mondo fisico, ossia nella spazialità, durante la gravidanza o all’atto della nascita o della concezione, e destinata ad abbandonare il corpo con l’ultimo respiro. L’anima è in sé per sé un’essenza non spaziale; e poiché esiste prima e dopo l’essere corporeo è pure fuori del tempo, ossia praticamente immortale. Naturalmente, veduta dal punto di vista della moderna psicologia scientifica, questa concezione è tutta un’illusione”.

La Pasqua come festa cristiana, sempre come avevo già accennato nel mio precedente articolo, si collocò egregiamente nel periodo primaverile proprio in quanto la Pasqua porta con sé, a livello simbolico, dei ben precisi significati di rinascita, rinnovamento, anche se poi di fatto andrà molto oltre. Ma andiamo per gradi. Innanzitutto cos’è un simbolo e perché è così importante coltivare in noi una vita simbolica? Jung è stato lo psicoterapeuta che più di ogni altro si è occupato di simboli nella storia della psicologia del profondo. A tal proposito basta ricordare che nella sua lunga carriera ha analizzato più di ottantamila sogni, si è dedicato alle mitologie, alle religioni e all’alchimia. Di fatto col termine “simbolo” si caratterizza qualcosa che dietro al senso oggettivo e visibile ne nasconde un altro invisibile e più profondo. Bachofen sul simbolo scrive: “Il simbolo spinge le sue radici fin nelle più segrete profondità dell’anima…Solo il simbolo riesce a combinare gli elementi più diversi in un’impressione unitaria. Le parole rendono finito l’infinito, i simboli portano  lo spirito oltre i confini del finito, nel divenire, nel regno dell’essere infinito. Creuzer ce ne parla in termini di possibilità del simboli di farci avvicinare al divino: “Chiamiamo simboli queste espressioni supreme della facoltà di formare immagini…; sono loro caratteristiche … l’istantaneità, la totalità, l’impenetrabilità dell’origine, la necessità. Per mezzo di un’unica parola viene qui caratterizzata l’epifania del divino e la trasfigurazione dell’immagine terrestre”. Pur non potendo dilungarmi eccessivamente sulla simbolica (in quanto non basterebbe un intero trattato, si può qui dire, dunque, che tutto ciò che ci circonda può essere considerato simbolico: e questo le civiltà arcaiche, che erano molto più di noi a contatto con la natura, con gli elementi, con i sogni, con gli spiriti, con l’interiorità, lo sapevano bene. Per l’uomo a contatto con la sua interiorità spirituale è più che naturale generare simboli in quanto essi sono di fatto vitali per l’evoluzione umana. I simboli aiutano l’uomo ad avvicinarsi alla sua natura spirituale e a trovare il proprio posto e scopo nel mondo materiale e hanno lo scopo di ricordare continuamente all’essere umano che egli non è un mero accadimento materiale, causale e non finalistico che è stato gettato nel mondo senza alcun senso. Cosa sarebbe infatti la nostra vita senza un senso? Cosa ci stiamo a fare qui a soffrire, a provare dolore, a fare un cammino faticoso se non partecipassimo di un qualcosa di superiore che ci dona la ragion d’essere nel mondo? 

In questa ottica si inserisce appunto la figura del Cristo, il quale viene a dare compimento a questa concezione spirituale dell’uomo, facendola andare ancora oltre verso un ben preciso messaggio iniziatico di crescita personale e interiore. Egli, che è principio spirituale supremo, viene su questo mondo assumendo natura fisica e materiale per aiutarci a trovare il senso della nostra esistenza. Egli, pur essendo principio spirituale supremo, assume, assieme alla natura fisica, anche tutto il carico di dolore umano, quello che esperiamo costantemente nella nostra vita. egli, per portarci a riconoscere la nostra natura spirituale, doveva necessariamente farlo a partire dalla nostra natura materiale e mortale, doveva mettersi al nostro piano. Come infatti scrive Jung “I grandi rinnovamenti non vengono mai dall’alto, ma dal basso, come gli alberi non crescono dal cielo, ma dalla terra, per quanto i loro semi cadano in origine dall’alto”. Egli si fa dunque carico di tutti quelli che sono i più profondi dolori, terrori, timori, paure, sbagli, errori umani e per essi compie il suo estremo sacrificio: questo per mostrarci che i dolori umani possono ucciderci, tormentarci, farci soffrire e patire tremendamente. Ma tutto questo non potrà mai uccidere la nostra natura spirituale, perché essa, se ne siamo a contatto, ci permette costantemente di dare un senso a ciò che viviamo, verso un cammino che, laddove diverrà compiuto, ci condurrà a “risorgere”, a rinnovarci.

In questa prospettiva dunque noi siamo qui per uno scopo ben preciso: dare compimento a noi stessi nella nostra natura complessiva. Le persone che coltivano solo il benessere materiale, estetico, esteriore sono infatti, alla lunga, persone vuote e sofferenti, perché non sono mai entrate in contatto con la loro natura interiore, sono lontani da sé stessi e di conseguenza da quella interiorità spirituale la cui immagine e somiglianza è la stessa del Supremo Spirito che l’ha generata. Non è forse già questo l’inferno? La cultura cattolica infarcita di terrori ci ha fatto vedere l’inferno come una punizione di un dio-giudice, ma qui non c’è nessun inferno di fuoco e fiamme ad attenderci: la “punizione” già la iniziamo a vedere su questa terra laddove siamo lontani da noi stessi e dalla nostra coscienza, in quanto in tale mancanza di contatto nessun dolore vissuto può assurgere al suo senso purificatore di rinnovamento e crescita personale, ma ci fa precipitare in una tremenda spirale di non-senso e di vuoto. Già questo è l’inferno: la lontananza dallo Spirito Supremo di cui la nostra stessa anima fa parte, il senso di vuoto e smarrimento conseguente al percepire il distacco da quel Tutto fornitore di senso della nostra esistenza. A Gesù viene chiesto "Signore, sono pochi quelli che si salvano?" ed egli risponde "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno". Eccola, ecco la porta stretta di cui lui ci parla: la porta stretta è la porta delle difficoltà da superare, delle avversità della vita, del contatto con i propri mostri interiori, delle proprie sofferenze. Nessuna guarigione alcuna potrà mai avvenire se non si passa per la porta stretta, perché se si evita il contatto con ciò che abbiamo dentro ci allontaneremo passo passo dalla possibilità di dare compimento a ciò che siamo, a ciò che la nostra natura ci può permettere di essere. Gesù per primo sceglie di passare per la porta stretta in modo Assoluto, portando su di sé tutta la sofferenza e i dolori di tutti gli uomini del mondo, di quelli passati, presenti e anche di quelli futuri. Egli, l’uomo del dolore, ci insegna che i nostri dolori della vita sono occasioni per risorgere come persone, per dare compimento alla nostra natura spirituale, purchè siamo disposti a capire, entrando in noi stessi, cosa ci vuole dire quella esperienza di sofferenza che in quel momento stiamo vivendo.

Cito qui a tal proposito le parole di Carotenuto che ci dice “Accettare di compiersi, significa accettare la solitudine, il dolore, l’ignoto, connessi alla crescita. Significa in qualche modo raggiungere quella trasparenza dello sguardo che permetta di esperire la sofferenza senza necessariamente definirla come “male”, senza mai pensare al male come a una realtà irriducibile, solo nefasta per l’uomo”. E, ancora nuovamente Jung che scrive “Se non mentissimo a noi stessi, potremmo accorgerci che è proprio la conoscenza di sé ad accompagnarci di momento in momento nel corso della nostra vita, di compito in compito, chiedendoci ogni volta di andare oltre” e ancora “La sofferenza è dovuta ad un ristagno spirituale, ad una sterilità psichica. Fede, speranza, amore e conoscenza è ciò di cui ha bisogno il paziente per vivere. Nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso”.

L’atteggiamento religioso si nutre di tante cose, di tutte quelle che ci avvicinano alla nostra natura spirituale: i simboli, la contemplazione della natura, la poesia, la musica, le arti, la meditazione, la preghiera: perché “Non si solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Questo è il senso reale di queste parole, ovvero il fatto che non si può curare solo il nostro corpo materiale, il vestiario, i capelli, le cose che possediamo: tutto questo perde di senso se non ci occupiamo dello spirito.

Non rendiamo dunque vano il sacrificio del Cristo ignorando noi stessi: se non compiamo il nostro cammino interiore di fatto gettiamo via il progetto di un essere che non si ripeterà mai uguale, in quanto siamo unici e irripetibili nella nostra natura spirituale che, calata in una entità psichica e materiale specifica, dà vita a un essere peculiare nei suoi talenti, nelle sue caratteristiche e qualità. Ma soprattutto: non a caso ho usato spesso il termine “Spirito Supremo”. Perché non ha affatto importanza il modo in cui questa entità che è origine e fine di tutte le cose viene chiamata. Poco importano i nomi, le etichette, che sono solo tentativi umani di rendere finito e spiegabile ciò che di per sé è infinito e non spiegabile nelle nostre comuni categorie di pensiero e ragionamento iper-razionale. Quello che conta è il messaggio puro e originario che questa entità ci ha mandato, scegliendo semplicemente un tempo, un luogo, un corpo che gli sembravano più congeniali per comunicarci che il nostro scopo su questa terra è dare compimento a noi stessi: che scegliamo poi di arrivarci tramite la filosofia orientale, le pratiche meditative e yogiche, lo sciamanesimo, un cammino psicologico, o una religione poco importa: quello che conta è che si arrivi alla nostra resurrezione come Persona e Spirito.

"L'uomo imparerà a poco a poco a sviluppare in sé un profondo e importante sentimento religioso, se guarderà alla magnificenza della natura, se guarderà su al cielo stellato, a tutto quanto è illuminato dalla luce del Sole, a tutto quanto ci sta intorno nel regno animale, minerale, vegetale; e imparerà a dire: che io possa contemplare in tal modo intorno a me il mondo, che io sia inserito in questo mondo in modo che i miei sensi non siano per me fonte di dolore, bensì lo strumento per la percezione della magnificenza del mondo, questo io debbo al primo sacrificio compiuto dal Cristo come preparazione al mistero del Golgota." Rudolf Steiner