DOTT.SSA CHIARA PICA

Ai miei pazienti

Ringrazio i miei pazienti perché, benchè non lo credano, essi hanno tanto da dare e da insegnarmi. Non ho mai creduto allo psicologo che si erge su una cattedra, in una posizione superiore, avendo solo qualcosa da insegnare. E mi discosto con decisione da quella psicologia accademica che pretendere di aiutare qualcuno che per primo contribuisce a rendere malato con etichette diagnostiche inutili e spesso solo controproducenti. Vi racconto questo: un giorno lo psicoterapeuta e counselor americano Carl Rogers incontrò per caso un noto psichiatra che gli chiese: "Ho visto il tale, stava molto bene, non credevo che con uno schizofrenico si potessero ottenere risultati tanto buoni; come hai fatto?". Rogers lo guardò incuriosito e rispose: "Ah sì, era schizofrenico?". 

Lo psicologo ha una sua saggezza, ma è arricchita dalle esperienze di vita, dai dolori, dai vissuti, dalle emozioni dei suoi pazienti. Ognuno di loro ha una storia ed è una storia da raccontare, da riraccontare e da rileggere in un’altra ottica. Lo psicologo aiuta a leggersi in un altro modo, diverso da quello in cui siamo abituati a vederci, tirando fuori delle parti di sé che di fatto abbiamo dentro ma che abbiamo dimenticato in qualche posto, come un oggetto perduto in un cassetto, il vecchio cappotto nel fondo di un armadio, una lettera scritta e lasciata dentro un libro dimenticato. Lo psicologo aiuta a far riaffiorare questa propria storia, dove da qualche parte ci sono i nostri sé rinnegati che attendono di essere recuperati, i nostri dolori che devono trovare voce, le nostre emozioni che vogliono essere verbalizzate, le nostre angosce a cui dare un nome. Aiuta a dissotterrare un tesoro seppellito sotto un albero del proprio giardino, in un tempo di cui non si ha memoria, a recuperare e aprire una scatola dei ricordi perduta nella cantina polverosa. Che altro è la “malattia” se non la voce di un disagio esistenziale, che non ha più parole per esprimersi se non quelle misteriose ed enigmatiche dello psicosoma? Ci sono persone a cui non resta altro che una manifestazione psicosomatica per esprimere un disagio dimenticato, ricacciato nel fondo del proprio cassetto pieno di cose accumulate.

La vita è un viaggio di liberazione da tutte queste zavorre: maschere, dictat che non ci appartengono, desideri di altri, modus vivendi che la famiglia ci ha imposto, che la società ci ha cucito addosso, relazioni ormai esaurite, timori e convinzioni che noi stessi alimentiamo e che pesano su di noi come insopportabili macigni. Lo psicologo non deve dire ai suoi pazienti di quale malattia essi soffrono, ma di quale zavorra si devono liberare e quale parte di sé restituire una voce che ha smesso di parlare, se non col simbolico messaggio dello psicosoma. Deve aiutare a ritrovare parole per un dolore mai pianto, un vissuto mai consapevolizzato, una storia mai riletta. E'come un compagno di strada, un Virgilio che accompagna un uomo nel suo viaggio interiore verso il paradiso ma passando dai mostri dell’inferno. Perché purtroppo non c’è altra via se non quella di conoscere quelli che noi chiamiamo “mostri interiori”, ma che in realtà sono tali solo perché non li abbiamo mai voluto conoscere.

Ringrazio quindi i miei pazienti per il viaggio che mi permettono di fare con loro, perché non sono solo io a insegnargli qualcosa, ma loro stessi sono fonte di continuo miglioramento per me e per il mio lavoro, per la mia crescita personale e professionale, per gli spunti di esplorazione di nuovi modi e nuove ispirazioni esistenziali.